Claudio Galimberti, per tutti il Bocia, leader storico della tifoseria atalantina, ha scritto una lettera a Xavier Jacobelli nei giorni precedenti ad Atalanta-Inter. Il Bocia da anni non può seguire di persona le partite della Dea a causa delle limitazioni a lui imposte. In totale, sono circa trent'anni di Daspo a suo carico. Di seguito, alcuni estretti della sua lettera.
La lettera del Bocia a Xavier Jacobelli
Caro Direttore,
questo non è più accanimento, io lo chiamo annientamento. Ho raggiunto i trent'anni di daspo e, pur vivendo lontano dalla mia città da ben sette anni (ormai sono quasi otto), questo non è servito perchè si capisse di lasciarmi vivere la mia vita! Anche se sono lontano, patisco la stessa, troppa repressione e l'umiliazione di non avere l'indipendenza, di essere autonomo nel lavoro sta prendendo il sopravvento. (...) Finirà, ne sono pienamente convinto, quando io sarò sfinito in età anziana. Mia sorella Paola, 64 anni, a mia insaputa è andata in Questura più volte nel corso di questi ultimi anni. Colloqui con il questore in persona al quale mia sorella Paola chiedeva uno sguardo lungo, uno spiraglio di luce per suo fratello, perché a tutto c'è un limite, con la paura di perdere forza, scoraggiarsi di fronte a un percorso solo repressivo: "A mio fratello non è mai stata data una possibilità". (...)
Io amo l'Atalanta, ho vissuto e creduto che con lei crescessi anch'io, crescessero il nostro popolo, il senso di appartenenza, la passione, il cuore. L'Atalanta nel bene e nel male. (...) Io penso siano le persone a fare la qualità, la differenza: nel lavoro, nella vita, nella famiglia, in qualsiasi campo, Proverò anch'io a fare la differenza e continuerò a mettermi al servizio della mia Atalanta, della Curva, della nostra storia. So bene che andrò incontro molto probabilmente a un prezzo alto da pagare. So anche bene, però, che questo atto d'amore è l'unica pace interiore capace di darmi una grande forza, per resistere e non affliggermi fino alla depressione e alla morte. Voglio lottare, non morire e, se Dio vorrà, smuovere uomini, coscienze di tante e troppe persone che pensano solo a stare sul carro dei più forti e non capiscono come la libertà rimanga la più grande partita da vincere. L'Atalanta è arrivata dov'è arrivata non per caso, ma grazie all'anima, al cuore e alla sensibilità di un popolo nei suoi confronti.
Nell'anno dello scudetto - perché io ci credo, eccome - questo è l'anno giusto di un percorso societario straordinario, guidato da un tecnico unico che fa la differenza. Quella differenza che, vent'anni fa, ha reso grandi anche noi della Curva nel credere alla salvezza con Delio Rossi, malgrado la squadra fosse scarsa e alla fine retrocesse in Serie B. Oggi più che bisogna mai stare vicino alla squadra, senza dimenticare da dove veniamo e che cosa eravamo, senza essere distruttivi dopo un risultato negativo. Penso a Ivan, Pelé e Giorgio, i miei più grandi amici di sempre che non sono più fianco a me, a noi. Mi ripeto sempre: che cosa potevo fare di più, che cosa potevamo fare di più per loro. Dovevamo capirli. Oggi capite anche me, basta ipocrisia.
Claudio Galimberti